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La fabbrica chiude, ma noi aspettiamo ancora qualcuno

 |  Giorgio Giovinazzi  |  Territori
macchina continua delle ex Cartiere Boimond. Foto Giorgio Giovinazzi
macchina continua delle ex Cartiere Boimond. Foto Giorgio Giovinazzi

C'è una parola che, dalle nostre parti, bisognerebbe avere il coraggio di pronunciare più spesso: responsabilità.

Perché la crisi industriale della bassa provincia di Frosinone è certamente colpa delle multinazionali che delocalizzano, dei mercati che cambiano, dell'automotive che attraversa una trasformazione epocale, della politica nazionale che arriva sempre tardi e di quella locale che guarda sempre “altrove”. È colpa di decisioni prese a migliaia di chilometri da Cassino, da Pontecorvo, da Ceprano, da San Giorgio a Liri, da Piedimonte San Germano.

Ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui.

Perché mentre le fabbriche rallentano, gli stabilimenti lavorano a singhiozzo e la cassa integrazione torna ad essere una presenza familiare, c'è un'altra crisi, più silenziosa, che riguarda il carattere stesso di questo territorio: la nostra interminabile attesa che qualcuno, prima o poi, venga a salvarci.

I numeri, intanto, non sono rassicuranti. Nel primo semestre del 2026 nel Lazio sono state autorizzate oltre 8 milioni di ore di cassa integrazione e circa un terzo si concentra nella provincia di Frosinone. La crisi dello stabilimento Stellantis di Cassino e dell'indotto è ormai una questione che riguarda direttamente migliaia di famiglie e l'intero sistema economico del territorio. Non parliamo più di salvezza ma di accanimento terapeutico.

Eppure continuiamo a comportarci come se il problema fosse sempre qualcun altro.

Aspettiamo Roma. Aspettiamo il ministro. Aspettiamo l'investitore straniero. Aspettiamo la grande azienda che venga a costruire una fabbrica.

Aspettiamo.

È una parola che racconta bene una parte della nostra storia.

Perché il nostro distretto industriale non è nato soltanto dalla capacità imprenditoriale del territorio. È nato anche grazie a grandi interventi pubblici, alla Cassa per il Mezzogiorno, alle infrastrutture, agli insediamenti industriali. L'industrializzazione della Valle del Sacco e quella del Cassinate hanno trasformato in pochi decenni una società prevalentemente agricola in una realtà industriale.

E forse proprio lì abbiamo imparato una lezione pericolosa: che il lavoro arriva da fuori.

  • Arriva la Fiat.
  • Arriva la multinazionale.
  • Arriva il contributo.
  • Arriva il finanziamento.
  • Arriva il politico che promette.
  • Arriva qualcuno che mette i soldi.
  • E noi, nel frattempo, aspettiamo.

Penso che il libro fondamentale per capire il sud sia Il Gattopardo. Il Principe di Salina cerca di spiegare al deluso Chevalley il proprio disincanto dicendo che le meravigliose civiltà che si sono succedute in Sicilia sono tutte venute da fuori. Dal 1860 non è cambiato molto, anzi le funeste previsioni fatte da Tomasi di Lampedusa si sono tutte fatalmente avverate.

Una delle colpe più gravi a mio avviso è aver visto il posto fisso in fabbrica come un punto d’arrivo, come qualcosa di inamovibile. Un diritto perenne. Non c’è stata quella mentalità di attaccamento alla fabbrica e quella voglia di migliorarsi necessaria in ogni occupazione. Nessuno prima aveva avuto le ferie pagate, la mutua o i permessi. Ma anziché usare al meglio questi sacrosanti diritti, si è finito col volerli sfruttare in maniera sistematica. I turni, le giornate di permesso, qualche medico compiacente, i giorni di Cassa integrazione hanno dato vita da una parte al fenomeno tutto sommato positivo dei metalmezzadri (quegli operai che quando non erano in fabbrica curavano amorevolmente la campagna come i loro padri), ma dall’altra parte abbiamo visto schiere di doppiolavoristi idraulici, elettricisti, muratori, meccanici che hanno depauperato il mercato del lavoro e impedito a nuovi professionisti ed artigiani di affermarsi.

Era una mentalità. Se da una parte è stata espressione dell’italica arte di arrangiarsi, dall’altra ha significato non avere amore per il proprio lavoro principale. Disprezzo per i valori che una grande azienda dovrebbe comunicare ai propri dipendenti. In altre nazioni è così. Da noi no. Questa perdita di valori si è tramessa ai figli di questi operai, sviluppando una strana cultura dell'attesa. Quella mentalità non ha giovato a nessuno.

  • Se chiude una fabbrica, chiediamo un'altra fabbrica.
  • Se manca il lavoro, chiediamo un posto di lavoro.
  • Se un'azienda non investe, chiediamo alla politica di portarne un'altra.
  • Se un giovane se ne va, ci lamentiamo dello spopolamento.
  • Ma quanti di noi sono disposti a fare qualcosa di concreto perché quel giovane possa restare?
  • Quanti sono disposti a investire?
  • Quanti hanno mai pensato di creare un'impresa invece di aspettare un'assunzione?
  • Quanti giovani sono stati educati all'idea che il lavoro non si cerca soltanto: qualche volta si crea?
  • Possiamo continuare per altri vent'anni a pensare che basti individuare il prossimo salvatore?
  • Perché il vero problema è proprio questo.
  • Abbiamo trasformato la politica in un gigantesco ufficio di collocamento mentale.
  • Ogni problema deve essere risolto da qualcun altro.
  • E quando quel qualcun altro fallisce, semplicemente ne cerchiamo un altro.
  • Il ministro non è abbastanza bravo.
  • Il presidente della Regione non fa abbastanza.
  • Il sindaco non può fare nulla.
  • L'Europa non ci aiuta.
  • La multinazionale pensa solo ai profitti.
  • Roma ci dimentica.
  • Napoli ci porta via tutto.
  • Il Nord ci sfrutta.
  • Il Sud non cresce.

E alla fine, curiosamente, noi non abbiamo mai nessuna responsabilità.

Dalla cultura del posto alla cultura dell'impresa

Forse la vera rivoluzione che ci serve non è aspettare la prossima grande fabbrica.

È smettere di pensare che una fabbrica sia l'unico modo possibile per avere lavoro.

Il nostro territorio ha competenze, artigiani, piccole imprese, agricoltura, turismo, patrimonio storico, enogastronomia, professionalità tecniche. Ha una posizione geografica straordinaria tra Roma e Napoli e una rete infrastrutturale che, pur con tutti i suoi problemi, rappresenta un vantaggio.

Ma continuiamo a ragionare con la testa degli anni Ottanta.

  • Grande stabilimento uguale lavoro.
  • Piccolo imprenditore uguale sacrificio.
  • Agricoltura uguale passato.
  • Turismo uguale sagra.
  • Tecnologia uguale qualcosa che fanno gli altri.
  • È una mentalità che ci sta diventando costosissima.

Perché mentre noi aspettiamo la prossima Fiat, il mondo sta costruendo reti di piccole imprese, servizi digitali, produzioni specializzate, turismo esperienziale, agricoltura di qualità, energia, logistica, formazione tecnica.

E soprattutto sta premiando chi si muove prima. Anche perché una nuova Fiat come l’abbiamo conosciuta noi non nascerà più. Da nessuna parte.

Siamo ancora capaci di costruirci da soli una parte del nostro futuro?

Oppure continueremo a stare davanti ai cancelli delle fabbriche chiuse, con le braccia conserte, aspettando che qualcuno arrivi da Roma, da Milano, da Bruxelles o magari dall'altra parte del mondo?

Perché la differenza, alla fine, potrebbe essere tutta qui.

Tra una terra che aspetta di essere salvata e una terra che decide di salvarsi.

E forse è arrivato il momento di smettere di aspettare.