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Ho mangiato le more su Monte Asprano. Parte Seconda

 |  Antonio Corvino  |  Storie
L'Abbazia di Montecassino. Foto Giorgio Giovinazzi

Racconto di viaggio in quattro parti 

Parte Seconda. La salita all’Abbazia di Montecassino.

Sono ormai le tre pomeridiane quando saliamo a Montecassino.

Angelo, custode del Cammino di San Benedetto che si snoda tra Norcia e Cassino, è venuto a prendermi dal mio alloggio. Lo aspetto in fondo al vicolo che dalla Piazza Longa di Roccasecca sale verso Monte Camarda che sovrasta il paese oltre le ultime propaggini di Monte Asprano.

Sono giunto a Roccasecca domenica sera, tre agosto, proveniente da San Giorgio del Sannio, dinamica cittadina alle porte del capoluogo sannita, e prima ancora da Macchiagodena e Guardia Sanframondi, due piccoli centri, il primo in provincia di Isernia collocato a circa novecento metri di altezza ed il secondo ai limiti estremi della provincia di Benevento, sulle propaggini del Massiccio del Matese, ad oltre cinquecento metri di altitudine. Entrambi carichi di arte e storia oltre che ricchi di potenzialità alternative alla cultura massificante delle aree urbane.

Da Benevento un treno regionale mi ha portato a Cassino.

Ad attendermi vi era Alessandro.

Qui siamo al limite tra vecchio regno di Napoli e vecchio Stato della chiesa.

Nella Valle del Liri-Garigliano vi erano dogane e confini. Questi, tuttavia, non impedivano alle popolazioni di ritrovarsi e di vivere in perfetta simbiosi oltre ogni frontiera.

Il richiamo ancestrale di Napoli e della dimensione partenopea è tuttora molto forte da queste parti.

Ancora oggi la valle ed i valligiani nonché gli abitanti dei monti che la proteggono si sentono parte integrante della storia del Mezzogiorno italiano e avvertono con forza il richiamo della sua antica capitale.

D’altronde qui, proprio sul Monte Asprano, sin dall’età del ferro, vivevano i Popoli Volsci alleati e contigui dei Sanniti Pentri che, a loro volta, si erano insediati appena più in là, oltre i monti Aurunci nei territori oggi compresi tra il Molise e l’alta Campania dominata dal massiccio del Matese.

Un tempo la valle del Liri-Garigliano era rinomata per la straordinaria bontà della sua agricoltura, ricca di olio, vino, prodotti della pastorizia ed una varietà di ortaggi di grande pregio. A partire dagli anni settanta essa venne trasformata in area industriale a seguito del grande insediamento Fiat che proprio in territorio di Cassino assorbiva 14.500 addetti oltre l’indotto più o meno delle medesime dimensioni.

Si tratta oggi di una presenza ridottasi drasticamente con poco più di 2.000 operai spesso in cassa integrazione a seguito dell’irreversibile ridimensionamento del settore auto italiano, mi raccontano i miei amici di Roccasecca. Il tono della loro voce sa di disincanto e delusione per un baratto che al tempo sembrava vincente e che nel giro di qualche decennio ha rivelato per intero la sua caducità se non l’inganno.

Della valle rigogliosa e fertile sono rimaste solo delle aree residuali mentre l’originaria conformazione è stata del tutto compromessa da una urbanizzazione selvaggia ovunque disseminata a servizio di una industrializzazione che ha lasciato vuoti capannoni insieme a strutture del tutto inutilizzate ed a spazi abbandonati.

Scendendo da Roccasecca Angelo mi mostra la distesa dei capannoni e le macchie bianche degli insediamenti urbani ovunque disseminati in ordine sparso come altrettanti greggi privi di pastore.

La sera prima Alessandro, giunti a Roccasecca dove stava per partire un grande concerto di Nicola Piovani, compositore, pianista e direttore d’orchestra, in onore di Severino Gazzelloni, straordinario virtuoso di flauto, di qui originario, mi aveva indicato la valle sottostante scandita da luci disordinatamente diffuse come fossero riflessi di altrettante stelle del cielo lontano. Facevano pensare ad un grande presepio, aveva notato sarcasticamente Alessandro, ma nascondevano, aveva continuato, una deriva entropica che contrastava con l’armonia dell’intera, bellissima regione.

Da Cassino Angelo spinge la sua auto lungo i tornanti che salgono verso l’Abbazia.

Il monte è ancora attraversato da alcuni spezzoni di strade romane che consentono di arrivarci a piedi, volendo, o magari scenderci una volta giunti alla conclusione del Cammino Benedettino.

L’intero colle è monopolizzato dall’Abbazia e dai boschi che la circondano ma non vi sono strutture di accoglienza per i pellegrini e questi devono raggiungere Cassino per rifocillarsi e rientrare nelle loro terre di residenza o provenienza.

Vi è a qualche centinaia di metri dall’Abbazia, nascosto tra gli alberi, il convento delle benedettine, eredità di Santa Scolastica, la quale, come già a Subiaco, aveva anche qui fondato il suo monastero per restare accanto al fratello gemello.

Le suore sono più disponibili ad aprire i loro spazi ai pellegrini, mi dice Angelo mentre parcheggiamo e facciamo a piedi l’ultimo tratto verso l’abbazia.

“Non è che i monaci benedettini siano insensibili” continua “hanno un grosso problema: carenza di risorse umane. Insomma l’enorme fabbrica dell’Abbazia conta oggi soltanto sei monaci. Niente rispetto alla grande comunità storicamente qui concentratasi sin dall’anno 530 dell’era cristiana, praticamente a ridosso della caduta di Roma e del suo Impero”.

C’è della tristezza in questa affermazione.

Angelo è mite, la sua voce, quando racconta, è rotonda e dolce e le sue emozioni sono affidate all’inflessione del tono dimesso con cui essa fluisce.

I suoi occhi sul volto rubicondo si chiudono per un attimo a significare l’impossibilità di cambiare la realtà al momento. E anch’io ne sono consapevole. Nei pressi della casa di campagna che attende i miei ritorni in Messapia, vi è un monastero dei monaci Cistercensi, grandi esperti di erbe ed erboristeria, legati in linea diretta ai Benedettini da cui sono nati.

Ogni anno a Natale ed a Pasqua ho l’abitudine di recarmi da loro la notte delle celebrazioni della natività e della resurrezione.

Pur professando la mia inossidabile laicità mi consola quell’atmosfera di intima comunione religiosa che si stabilisce tra i monaci e la gente del posto.

Allorquando presi a frequentare la loro chiesa alcuni anni addietro, i religiosi superstiti in quel monastero risalente al XIV secolo disponevano di un esteso seminario per novizi e di una lunga teoria di laboratori per la trasformazione delle erbe medicinali e la produzione di ogni specie di essenze, tisane, liquori, erano dodici. Tuttora il monastero dispone di una biblioteca ricchissima di testi antichi oltre che di una pinacoteca. L’una e l’altra tuttavia sono chiuse, allo stesso modo in cui, da alcuni decenni, è ormai chiuso il seminario.

Anno dopo anno ho visto quei monaci ridursi di numero. L’ultima volta erano quattro a concelebrare i riti pasquali; uno sedeva in permanenza, raggomitolato nel suo scranno, incapace di muoversi.

L’Abbazia mi appare, appena superato l’ultimo dosso, in tutta la sua maestosità, armonia, bellezza. Mi affascina e resto abbacinato dalla sua gloria.

Si staglia contro un cielo azzurro che sembra dipinto con i lapislazzuli.

Nuvole bianche sostano immobili sopra di essa, come incantate anch’esse, da tanta magnificenza. Il contrasto con il biancore della pietra con cui è costruita è addirittura abbagliante. L’intera fabbrica sembra incisa nel cielo azzurro mentre le nuvole esaltano quel miracolo di armonia.

PAX è scritto sulla grande lunetta del frontone di ingresso.

Man mano che avanziamo si rivela per intero l’enorme sviluppo del complesso.

L’ingresso con l’ampia facciata di sapore rinascimentale anticipa di una ventina di metri il corpo dell’abbazia che si stende orizzontalmente con un fronte sorprendentemente lungo e altrettanto profondo. È una città fortificata questa, mi vien da pensare. Un’enorme città fortificata, scandita da un triplice ordine di finestre inframezzate da eleganti logge di ispirazione classica che conferiscono una perfetta simmetria all’intera fabbrica.

Il mio pensiero corre al castello di Praga.

Anche in quel caso il castello, come qui il monastero, non aveva nulla di austero. Era un grande palazzo disposto come un immenso parallelepipedo che conteneva una vera e propria cittadella, la città dell’imperatore Rodolfo.

Qui l’abbazia contiene la città del potere spirituale benedettino. E non posso fare a meno di chiedermi come possano sei monaci custodire una simile magnificenza.

Miracoli della fede e potenza della religione, mi vien da pensare.

Sei monaci a vivificare la città benedettina che per secoli ed oltre un millennio ha dominato l’intero Mezzogiorno italiano, ha impartito direttive a tutto l’ordine monastico diffuso per l’Europa e ha influenzato la storia del vecchio continente oltre a dare numerosi papi alla chiesa.

Ben nove sono stati i papi benedettini e Montecassino era il loro faro, mi informa ammirato Angelo con la meraviglia di chi ti sta confidando, incredulo egli stesso, un segreto.

Oltre il portone di ingresso da cui si intravede una lunga ed ampia scalinata che porta nei meandri sotterranei, si apre la facciata dell’abbazia. Una solenne gradinata ne anticipa in tutta la sua estensione il fronte interno. Al di sopra un porticato raffinato quanto essenziale invita a salire ed a sostare. Il cortile è dominato dalle statue monumentali di San Benedetto a destra e di Santa Scolastica a sinistra entrambe poste su dei basamenti che le proiettano verso il cielo azzurro e luminoso, esaltante.

Tra le mani di Santa Scolastica una colomba messaggera di pace, e tramite tra i due fratelli che osservavano il dovere della separazione tra uomini e donne ma erano indissolubilmente legati l’uno a l’altro come difficilmente si può immaginare al di fuori dell’amore di Dio. Ai piedi di San Benedetto un corvo lo osserva. Era stato proprio il corvo a salvargli la vita portando via la pagnotta avvelenata che egli stava per mangiare. Precedentemente la coppa di vino che si apprestava a bere si era frantumata sotto il segno della sua benedizione.

Da un lato e dall’altro due chiostri si aprono alla contemplazione. In uno vi è un gruppo marmoreo che ritrae San Benedetto morente sostenuto da due confratelli. “Volle morire in piedi” mi racconta Angelo “e chiese ai suoi confratelli di sorreggerlo in attesa di rendere l’anima a Dio.”

È particolarmente ispirato Angelo allorquando mi snocciola gli episodi della vita di San Benedetto e di Santa Scolastica.

Egli si augura che l’Abbazia torni un giorno o l’altro a pullulare di confratelli e novizi.

“L’attuale abate” mi dice in tono confidenziale e pieno di cristiana speranza “ ha preso i voti dopo essere stato nominato Magister dell’Abbazia. Era entrato nell’ordine come laico dopo aver lasciato il mondo da adulto alle sue spalle”.

“È un buon segno” gli faccio eco. E lo penso davvero. Pur essendo lontano dalla fede cristiana ed apprezzando la filosofia di Giordano Bruno oltre a ritrovarmi in sintonia con il pensiero pagano, riconosco la grande opera della Chiesa e soprattutto degli ordini monastici che nel tempo han riscattato il delitto perpetrato contro la conoscenza e l’innocenza custodite entrambe da Ipazia ad Alessandria. E spero che Cassino, come pure il monastero dei Cistercensi che mi accoglie la notte di Natale e quella di Pasqua, possano continuare a vivere e svolgere la loro azione di fecondazione della storia umana. E che le loro biblioteche tornino ad essere frequentate e le loro pinacoteche visitate. Le loro chiese affollate.

Dall’altro lato il secondo chiostro dominato dal monumento che sovrasta la grande cisterna. Questo è il chiostro dei novizi, ahimè assenti. Del tutto assenti.

In fondo sulla scalinata la chiesa abbaziale.

Vi entriamo.

Devo chiudere gli occhi tanto è lo splendore.

Certo è uno splendore barocco, contrasta con i miei gusti romanici ma è comunque qualcosa di strabiliante.

Solo le lunette del soffitto e delle pareti sono vuote riempite di intonaco grezzo. A testimonianza dell’ultima assurda distruzione, quella avvenuta nella seconda guerra mondiale ad opera degli eserciti alleati convinti che qui si fosse rintanato il quartier generale dei tedeschi in fuga. Invece vi erano soltanto soldati lasciati a presidiare quell’altura. “E quei soldati” rievoca Angelo a mio beneficio “allorquando si resero conto del destino che incombeva sull’abbazia provvidero a trasferire tutto quanto fu possibile a Roma, Castel sant’Angelo, per sottrarlo alla distruzione.

Furono i Polacchi a dare l’assalto a Montecassino ed a conquistare l’abbazia. La loro bandiera fu issata per prima sulle rovine del monastero.” Angelo mi guarda e poi riprende sottovoce come in confessione e quasi pregando “morirono oltre mille soldati polacchi nell’assalto. Quelli che sopravvissero, dopo la guerra vollero rimanere qui. Sapevano cosa li attendeva in patria ed avevano terrore di tornarci. Ma i sogni della patria lontana sono ovunque presenti sul territorio circostante.

Monumenti, lapidi marmoree a ricordo, e soprattutto quel cimitero con la grande stele. I polacchi ne curano meticolosamente ed ogni giorno il decoro a salvaguardia della memoria di quei morti. Anche il generale Wladyslaw Anders loro comandante rimase in Occidente e visse il resto della sua vita a Londra, ma volle essere seppellito nel cimitero polacco a due passi dall’Abbazia dove riposavano i suoi soldati”.

È una storia drammatica quella che si è dipanata intorno all’Abbazia di Montecassino. Drammatica e piena di umana compassione e partecipazione, testimoniata da quegli uomini con la vita stessa. Qui ci sono i cimiteri dei tedeschi, degli italiani e dei caduti del Commonwealth che combattevano sotto le bandiere inglesi.

È terra sacra questa.

“D’altronde” mi fa notare Angelo “l’Abbazia è stata distrutta per quattro volte e per quattro volte è risorta. Non è questa la dimostrazione della sua santità e della sacralità di questa terra che la sostiene?”

Come dargli torto.

Furono i Longobardi a distruggere l’Abbazia nel settimo secolo per la prima volta dopo che San Benedetto l’aveva costruita nel 529/30 su un antico tempio di Apollo.

Poi arrivarono i Saraceni nel decimo e quindi ci si mise un terremoto nel quattordicesimo secolo.

Infine arrivò l’assurda guerra dell’umanità contro sé stessa.

Ma sempre l’abbazia benedettina è rinata.

Scendiamo in silenzio nella cripta che si salvò dai bombardamenti e ci fermiamo davanti al luogo che conserva i resti di Benedetto e Scolastica.

Mi commuove il rapporto tra questi due, fratello e sorella e noto con la coda dell’occhio l’emozione anche di Angelo. Poi mi conduce in un angolo appartato. Mi mostra il trono di San Benedetto. Sullo schienale in alto il simbolo di San Benedetto. Una croce incisa in un cerchio. Tutto intorno e dentro i quadranti delle lettere, altrettanti acronimi che sintetizzano le preghiere del Santo per essere in contatto con Dio e proteggersi dal maligno. La Croce, racconta il suo biografo, San Gregorio Magno, era il costante riferimento della preghiera e dell’azione di San Benedetto. Egli scrisse la sua regola ispirandosi ad essa. Ora et Labora è il principio fondante ma essa di dipana in un prologo ed in 73 capitoli. Non sono i monaci a dare consistenza alla regola ma è la regola ad informare di sé la comunità dei monaci scrive il Papa Gregorio Magno. La preghiera, la fede, l’obbedienza e l’umiltà la scandiscono e informano di sé i monaci costituiti in comunità. Angelo mi invita a sedere. Sento un profondo senso di pace. Forse è suggestione o forse lo spirito di Benedetto e Scolastica che permea davvero questa Abbazia e si diffonde ancora adesso per tutto il monte Cassino ed anche, in fondo in fondo, per l’intera Europa. E rammento che San Benedetto è il Patrono d’Europa. Non dico nulla ad Angelo e conservo il pensiero per me… Mi dico che con San Benedetto deve essere considerata patrona d’Europa Santa Scolastica. I due pensavano e agivano in stato di simbiosi indissolubile nello spirito di Dio onnipotente.

Ci avviamo ad uscire. Sono passate ormai le sei e Angelo deve tornare a Roccasecca dove lo attendono dei pellegrini in cammino sul percorso benedettino.

Ci dirigiamo verso l’uscita.

Sugli scalini di una cappella laterale sta scendendo una figura alta, mi sembra imponente nella sua dimensione ascetica. Emana umiltà ed al contempo chiama rispetto e dà attenzione. È vestito di un saio nero. Carnagione bianca, addirittura pallida, capelli corti e lisci che scendono, ormai ingrigiti, sulla fronte. Lo sguardo è aperto luminoso e illustra un viso che sorride. È il nuovo Abate, nominato da poco a chiudere un periodo non proprio edificante della vecchia magistratura, mi spiega in fretta Angelo che poi si avvia sorridente verso di lui. Scambia dei convenevoli e si intrattiene per alcuni momenti. C’è sintonia fra i due, commento tra me mentre aspetto defilato la fine del colloquio. Poi Angelo mi chiama e mi presenta. L’Abate mi saluta gioviale ed anch’io rispondo con simpatia. Ci facciamo un inchino e quindi ognuno va per la sua strada.

Là fuori il cielo è sempre più azzurro e le nuvole ancor più bianche e diafane di prima.

La bianca pietra dell’immensa Abbazia splende luminosa ed il suo candore mi mette allegria.

Mi giro un’ultima volta per raccogliere in uno sguardo quel luogo consacrato che sa di magia e rivolgo il mio pensiero ad Apollo che giace alle fondamenta di essa. Lo spirito dell’Universo alimentato dagli dei dell’Olimpo e dal Dio cristiano coincide, perché no, con l’unità di Dio Padre, come professava Giordano Bruno.

Ma anche se così non fosse va bene lo stesso.

Onore e gloria a San Benedetto ed a Santa Scolastica. Una Santa ed un Santo, un uomo ed una donna che hanno tutta intera la mia simpatia, il mio apprezzamento e la mia riconoscenza.

In fondo sono stati i primi rivoluzionari della storia moderna. Dopo Cristo. Non è poco…

Vi è un maledetto bisogno di rivoluzione oggi, confido in silenzio ai due santi che mi pare accennino di sì dall’alto dei basamenti su cui si innalzano le loro statue. Forse è stato solo un raggio di sole che, scendendo verso occidente, li ha vieppiù illuminati colpendoli…ma per me va bene lo stesso e mi accomiato da essi con un inchino che rivolgo anche ad Apollo il cui tempio riposa alla base dell’Abbazia.