L’Asprano riflette e non perdona: quando le fotografie smascherano parole senza limite

“Questa chiesa, quella sull’Asprano, è stata costruita prima che San Tommaso diventasse Santo”. Cit., anno 2017.
L’unica certezza che ho è quella di non sapere. Sono ignorante. E, per fortuna, ne sono perfettamente consapevole.
Nella vita, però, mi è capitato di incontrare parecchie persone che, pur sapendo poco o nulla di un argomento, erano profondamente convinte del contrario. Molte. Moltissime. Alcune persino adornate da pennacchi istituzionali. Donne, devo dire, un po’ meno. Ma quelle poche — si contano sulle dita di una mano — hanno lasciato il segno. Non necessariamente nella storia della cultura e del nostro territorio.
Direte: che c’entra tutto questo con l’Asprano? C’entra. Eccome se c’entra.
Perché, a metà tra realtà e fantasia, la frase riportata all’inizio di questo scritto — come raccontano le cronache dell’epoca e testimoniano le immagini — è stata pronunciata proprio sotto le secolari pietre di quell’edificio sacro.
A proferirla fu, purtroppo, una persona evidentemente molto sicura di ciò che stava dicendo. Ed è proprio qui che la faccenda diventa interessante e offre qualche spunto di riflessione, anche sul valore intrinseco e la veridicità delle fotografie.
Perché, a volte, sono proprio le fotografie a dare una mano alla sicurezza. Una posa ben studiata, uno sguardo serio, il profilo assorto, un monumento storico o un evento particolare sullo sfondo: ed ecco servita l’immagine di chi sembra sapere perfettamente ciò di cui parla e perché si trova proprio lì.
Ed è questo il bello della fotografia: può fare miracoli. Così mi hanno sempre insegnato gli appartenenti alla dinastia Di Sturco. Può trasformare una posa in autorevolezza, uno sguardo serio in pensiero profondo e qualche secondo di silenzio nell’illusione di una grande competenza. Basta scegliere l’inquadratura giusta, assumere l’espressione adeguata e, soprattutto, non parlare.
Perché la fotografia può raccontare molto. Non necessariamente la verità che vorrebbe suggerire.
Il vero problema arriva quando alla fotografia si aggiungono l’audio e le parole. Lì cominciano i guai. La fotografia può essere indulgente. La voce molto meno.
Una foto può suggerire cultura. Una frase, invece, può smentire tutto in cinque secondi. Puoi avere la posa da intellettuale, il profilo da pensatore, l’aria da conferenziere e perfino un monumento storico alle spalle. Poi apri bocca e, improvvisamente, tutto il castello scenografico comincia a traballare.
Basta ascoltare. E allora la scena che prometteva una lezione di storia prende, all’improvviso, una piega completamente diversa.
Ma non c’è nulla di male nel non sapere. Il problema, semmai, è quando il non sapere si presenta con grande sicurezza. E magari decide persino di insegnare.
L’Asprano, tuttavia — non il giornale, ma il monte — ha una caratteristica che molti non gli riconoscono: non si lascia impressionare.
Puoi provare a ingannarlo con una fotografia. Puoi metterti in posa. Puoi sembrare colto o colta. Puoi persino assumere quell’aria compunta di chi sembra conoscere perfettamente ciò di cui sta parlando.
L’Asprano osserva e conserva. Silenzioso. Secolare. Paziente. E aspetta.
Le fotografie passano. Le pose cambiano. Le espressioni si dimenticano. Le parole, invece, restano. E certe parole, soprattutto quando incontrano la storia, hanno una strana tendenza a non invecchiare bene.
L’Asprano, allora, non ha bisogno di aggiungere nulla. Non corregge. Non commenta. Non alza la voce. Ricorda. Anche a distanza di tempo. E basta questo.
Perché davanti a certi strafalcioni persino una montagna rischia di sorridere.
Forse sarebbe stato meglio accontentarsi semplicemente della fotografia. Anche se non era delle migliori. Solo come testimonianza di una presenza. Senza parlare e giudicare. Perché una fotografia, almeno, può abbellire. Può suggerire. Può nascondere. Può perfino regalare, per qualche secondo, l’illusione di una profondità che magari deve ancora essere esplorata.
Le parole, invece, sono più precise. Presentano il conto. E quando arrivano, non c’è filtro, posa, trucco o retorica che tenga.
Non c’è nulla di male nell’ignorare qualcosa. L’ignoranza è una condizione dalla quale si può uscire. Basta avere l’umiltà di sapere di non sapere. Il problema nasce quando, invece di imparare, si decide di insegnare. È lì che si supera il limite. Ed è proprio lì che l’Asprano non perdona.
Perché certi limiti non sono “non luoghi” intorno ai quali dire o non dire il nulla. Sono, molto più semplicemente, confini. E i confini, qualche volta, servono proprio a ricordarci fin dove arriva ciò che sappiamo e da dove comincia ciò che dovremmo ancora imparare. E’ anche una questione di rispetto.
L’Asprano, alla fine, non pretende lauree, titoli o cattedre. Non chiede nemmeno di sapere tutto.
Chiede soltanto attenzione e cura per le cose che esistono da secoli e, soprattutto, quella rara virtù che consiste nel dire: “Non lo so”.
Una frase semplicissima. Molto più semplice, del resto, che spiegare come una chiesa possa essere stata costruita prima che San Tommaso diventasse Santo.
Ma l’Asprano è paziente. Guarda, ascolta e conserva. Le fotografie, forse, le perdona. Le pose pure.
Sulle parole, invece, ha una memoria di ferro.
E allora una lezione la impartisce anche a me, che continuo serenamente a dichiararmi ignorante: quando non sai, chiedi. Quando hai un dubbio, studia. Quando vuoi insegnare o giudicare, conta fino a cento.
E, soprattutto, quando ti trovi davanti a una montagna che ne ha viste più di te, evita almeno di spiegarle la sua storia.
Perché potresti scoprire, troppo tardi, che l’Asprano non si offende. Sorride. E questo, forse, è ancora peggio.
Perché questa riflessione?
Perché mi piace camminare ai margini del monte Asprano, fermarmi in silenzio e ascoltare le sue lezioni. Nel tentativo, ogni volta, di imparare qualcosa, non come certi falsi sapienti, o meglio ancora, falsari di sapienza e competenze.





