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Giornale fondato da Pompeo Cataldi nel 1974


La crisi climatica è tra noi: si sente anche sul Monte Asprano, arso dal sole. Abituarci come dice La Russa? Presidente, ma ci faccia il piacere!

 |  Pompeo Di Fazio  |  Idee

Guardare il territorio dall'alto del Monte Asprano significa, oggi più che mai, osservare qualcosa che sta cambiando davanti ai nostri occhi.

Da quassù si osservano la valle, le case, le campagne, le montagne e i paesi che compongono un paesaggio apparentemente immobile. È facile pensare che certe cose siano destinate a rimanere così per sempre. Le montagne sembrano eterne, i borghi sembrano appartenere a un tempo più lento, la natura stessa ci dà l'illusione di possedere un equilibrio che si rinnova da sé.

Ma quell'equilibrio sta cambiando.

La crisi climatica non è più soltanto una questione di grafici e previsioni scientifiche. È entrata nelle nostre estati, nelle giornate di caldo soffocante, nei periodi di siccità sempre più lunghi, nelle piogge improvvise e violente, nei fenomeni atmosferici che fino a pochi anni fa avremmo considerato eccezionali.

Anche da Roccasecca, anche dal Monte Asprano, la crisi climatica si può vedere e toccare con mano, come abbiamo potuto sperimentare in questi mesi e come, purtroppo, continuiamo a sperimentare.

È nel caldo che non concede tregua neppure di notte. È nelle stagioni che sembrano aver perso i loro confini. È nella terra assetata per settimane e poi improvvisamente travolta da precipitazioni intense che distruggono la vegetazioni, scoperchiano i tetti delle case (lo abbiamo visto pochi giorni fa). È nella sensazione che qualcosa, nel rapporto tra noi e l'ambiente in cui viviamo, abbia smesso di funzionare come prima.

Per anni abbiamo parlato del cambiamento climatico come di un problema del futuro. Un problema per le prossime generazioni, per i nostri figli e nipoti. Un problema sufficientemente lontano da permetterci di preoccuparcene senza sentirci davvero coinvolti.

Ma il futuro, evidentemente, ha accelerato.

Una tendenza che sembra correre più velocemente della nostra capacità di comprenderla e, soprattutto, della nostra volontà di reagire.

Non bisogna essere apocalittici. Bisogna essere realisti.

E proprio per questo preoccupano le parole di chi, come il presidente del Senato Ignazio La Russa, invita sostanzialmente ad “abituarci” al cambiamento climatico.

Dovremo adattarci, certo. Anche sul Monte Asprano e dintorni. Le nostre città, le nostre case, l'agricoltura e le infrastrutture dovranno essere preparate a un clima diverso da quello che conoscevamo. Dovremo imparare a convivere con temperature più elevate e con fenomeni meteorologici più estremi.

Ma adattarsi e abituarsi non significa arrendersi.

Possiamo rendere più resilienti le nostre comunità. Possiamo proteggere i corsi d'acqua, curare i boschi, ripensare le città, ridurre il consumo di suolo e preparare i territori agli eventi estremi. Tutto questo è necessario.

Ma non è sufficiente. E soprattutto non lo stiamo facendo.

Anche se non esiste un vero adattamento a una temperatura che continua a crescere. Dobbiamo invertire la curva, a partire dall’applicazione di tutti i protocolli sulla crisi climatica firmati in questi anni e mai messi in pratica.

Da Roccasecca, dal Monte Asprano, questa consapevolezza assume un significato particolare. Questo è un territorio che porta con sé una storia che ha attraversato i secoli e che ha in San Tommaso d'Aquino una delle sue figure più alte e universali.

Guardare oggi il paesaggio che circonda Roccasecca significa anche chiederci quale territorio vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi. San Tommaso appartiene alla nostra storia, ma il patrimonio che abbiamo ricevuto non è soltanto fatto di monumenti, memoria e cultura. È fatto anche di montagne, boschi, campagne, acqua e paesaggi.

È la nostra casa. E una casa non la si protegge soltanto dopo che è stata danneggiata.

La si cura prima.

C'è poi un'altra questione, troppo spesso dimenticata: la crisi climatica e il conseguente surriscaldamento aggravano anche le disuguaglianze sociali ed economiche.

Chi ha maggiori risorse può difendersi meglio. Può permettersi abitazioni più efficienti, sistemi di raffrescamento, interventi di isolamento, assicurazioni e, in generale, una maggiore capacità di affrontare le conseguenze degli eventi estremi.

Chi ha meno, invece, rischia di subire maggiormente il caldo, la precarietà energetica e i danni prodotti dal cambiamento climatico.

Anche per questo forse sarebbe necessario un nuovo grande piano pubblico: un vero Piano di ripresa e resilienza climatica, capace di intervenire sulle abitazioni, sulle città e sui territori.

Un piano che metta al centro la protezione delle persone più esposte e delle comunità più fragili.

Oppure, più semplicemente, servirebbe una politica fiscale capace di spostare una parte delle risorse da chi ha di più a chi ha meno possibilità di investire nella propria sicurezza e nella resilienza climatica delle proprie abitazioni.

Ma forse chiediamo troppo.

O forse chiediamo semplicemente quello che dovrebbe essere naturale aspettarsi dalla politica.

Perché l'adattamento è necessario, ma non può essere l'unica risposta. Non può diventare la parola dietro cui nascondere la rinuncia.

E dubitiamo che una risposta all'altezza della crisi possa arrivare davvero se persino la seconda carica dello Stato si limita a dirci che dobbiamo adattarci.

Dal Monte Asprano la crisi climatica non appare come un problema lontano.

È già qui.

E guardando questo territorio, la valle, le nostre montagne e i luoghi che hanno attraversato la storia di San Tommaso d'Aquino, dovremmo ricordarci che abbiamo ricevuto qualcosa che non ci appartiene soltanto: abbiamo la responsabilità di consegnarlo a chi verrà dopo di noi.

Aspettare di abituarci alle conseguenze, senza provare a fermarne le cause, rischia di essere la forma più pericolosa di rassegnazione.

Non avrei mai pensato di pronunciare un’invettiva climatica. Ma quest’anno né l’ombra delle secolari mura del castello, né il venticello del Monte Asprano, né il riparo delle piante sono riusciti a sollevarci dalla calura opprimente. E ascoltare quelle parole di La Russa, mentre la fronte grondava sudore, è sembrata una vera e propria presa per il culo.