Skip to main content

Giornale fondato da Pompeo Cataldi nel 1974


Attraversare il Monte Asprano. Esperienza identitaria e collettiva

 |  Alessandro Marcuccilli  |  Territori

Arrivi in cima passando per il sentiero che costeggia le mura perimetrali di fortificazione della cittadella. L’ultimo tratto è in salita. Una salita costante che sostituisce, una volta in cima, la fatica allo stupore. Guardi giù, verso la valle. Lo sguardo corre lungo l’orizzonte, la linea seghettata degli Aurunci che osservati in giornate limpide e terse danno la sensazione di essere una fortezza protettiva. A volte, ai loro piedi, lungo tutta la linea si forma una nuvola lunga e sottile che fatica ad alzarsi, tenuta bassa dai venti provenienti da ovest. I quadrati e i rettangoli dei campi coltivati, regolari e precisi, incorniciati spesso da filari di querce, che le stagioni colorano di tonalità e tinte diverse, stanno lì ad indicare il vigore della valle e non da oggi.

È palese l’antropizzazione disorganica prodotta negli ultimi sessant’anni, accelerata da decisioni politiche che hanno reso la valle un luogo strategico, di passaggio a tutti quei vettori di movimento e logistici. Una valle in Terra di Lavoro, porta d’accesso al Sud che ha fatto scrivere a Pasolini “[…] qualche mucchio di case tra piante di pomidoro, èdere e povere palanche.

Ogni tanto un fiumicello, a pelo del terreno, appare tra le branche degli olmi carichi di viti, nero come uno scolo” consapevole del valore delle cose semplici unite al disagio di esistenze precarie e difficili. A destra la torre cilindrica che si staglia verticalmente quasi a toccare una porzione di cielo. Da qui, i resti del castello non sono visibili, neanche la chiesa di Santa Croce. Bisogna prendere strada e allontanarsi, iniziare il sentiero per avere uno sguardo d’insieme della prima parte, quella più antica, della cittadella fortificata. Le pietre di delimitazione si confondono con la roccia granitica dell'Asprano. Non riesci a capire ciò che è fermo da ciò che è in movimento o lo è stato. Qualcuno in questi anni ha messo pietre in equilibrio, lo stone balancing, la capacità – mi viene da dire la caparbietà – di mettere pietre una sull'altra. C'è ancora questa precaria costruzione che nessuno ha toccato. È ancora lì, a sottolineare il tempo sospeso, rallentato, quasi rarefatto.

Se ti giri a sinistra, invece, ti rendi conto della maestosità dell'Asprano, della sua forza, alleggerita visivamente, almeno da questa prospettiva, dal non percepire la presenza di rocce e falesie. Tutto coperto da macchia uniforme di ulivi, lecci, arbusti di cisti e ginestre. Una vegetazione composita, rigorosa, un ambiente ricco e diversificato, un’interessante biodiversità che ha sostenuto negli anni la produzione di una polvere miracolosa, la polvere di Roccasecca. Scriveva l’erudito napoletano Lorenzo Giustiniani (1761-1824) “[A Roccasecca] vi nascono molte erbe medicinali, le quali son pure poco curate, ma vi fu introdotta una certa polvere detta appunto di Roccasecca, la quale viene in oggi manipolata anche altrove, e vale per molte indisposizioni” (Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli).

La collocazione geografica del luogo dove crescevano queste erbe è l’Asprano, soprattutto il versante occidentale. I nostri concittadini hanno maneggiato, chi più e chi meno, questa polvere. Ne conoscevano l’uso che se ne poteva fare e conoscevano le erbe in questione. Ognuno di loro serbava nei ricordi della propria famiglia una ricetta. Tante ricette che tra di loro si diversificavano, più che per le erbe, per le quantità dei singoli elementi. Molti conoscevano le erbe che bisognava usare e sapevano dove e come coglierle.

Una grande esperienza tramandata e, soprattutto, una grande consapevolezza delle proprie esperienze. Un altro aspetto da rimarcare era il numero delle erbe che si usavano nella polvere: genziana, carlina, bistorta, imperatoria, valeriana, caliminta, centauria, issopo, pimpinella, carrubio.

Oggi, queste erbe non vengono più raccolte – qualcuna probabilmente non cresce più in questi luoghi – ma riusciamo inconsapevolmente a sentirne ancora i profumi, a coglierne le sensazioni olfattive che variano a seconda delle stagioni, delle condizioni meteorologiche o delle condizioni psicologiche di chi attraversa questo sentiero.

Guardi in direzione di Cantalupo. Lo intravedi ma ancora non percepisci la visione del borgo in modo netto. Inizi a camminare lentamente godendo della vista sulla Valle del Liri, del versante che declina verso Caprile, delle ginestre non ancora in fiore.

Diventi partecipe del paesaggio.