Stellantis: impotenza e rassegnazione
Qualche mese fa, a Cassino, si è tenuta una grande manifestazione a supporto del settore automotive e dello stabilimento di Piedimonte San Germano in particolar modo, la fabbrica più importante della regione Lazio, che sta attraversando un grave periodo di crisi. Manifestazione che è stata nobilitata, tra le altre cose, dalla presenza dei vertici nazionali di tutte le sigle sindacali. Sono passate parecchie settimane da quella colorata sfilata ma cosa è cambiato da allora? Detto francamente, poco e niente. Al di là di una ritrovata coesione di un territorio che si compatta soltanto quando l’acqua è arrivata alla gola e c’è, sempre più incombente, il rischio di affogare. E al di là, anche, della ritrovata concordia tra le varie organizzazioni sindacali, il che è sempre una buona notizia. A pensarci bene, però, qualcosa è rimasto e, purtroppo, non è materia che lascia ben sperare per il futuro. Il primo elemento è l’impotenza: per quanti cortei si possano fare e per quante giornate di sciopero si possano indire, lavoratori, organizzazioni sindacali e amministratori locali, hanno le mani legate e le loro azioni finiscono per diventare ininfluenti o quasi. E’ l’azienda, infatti, che decide e non si lascerà di certo influenzare da manifestazioni e comizi. E lo ha dimostrato proprio in quella particolare occasione, decretando una giornata di fermo produttivo per far passare sotto traccia gli effetti dello sciopero. Un’azienda che, d’altro canto, da ben otto anni, ha deciso scientemente di annichilire e di depotenziare lo storico stabilimento di Piedimonte San Germano, che ormai versa in uno stato preagonico. Per non parlare poi del variegato mondo dell’indotto che, al momento, sta pagando il prezzo più salato. Stando così le cose, anche la bella manifestazione di Cassino rischia di essere andata in scena fuori tempo massimo, quando già si stanno per intonare le note funeree del de profundis. A meno che il buon Antonio Filosa, nuovo amministratore delegato di Stellantis, ricordandosi magari delle sue origini meridionali, non ci stupisca con gli effetti speciali. Di recente, in audizione davanti alle commissioni riunite industria del Senato e attività produttive della Camera, lo stesso Filosa ha ribadito che “sullo stabilimento di Cassino siamo al lavoro, anche con potenziali partner, per il suo futuro, legato al piano Maserati. Nel frattempo, ci stiamo concentrando sulla gamma attuale, con il lancio di una serie speciale per le Alfa Romeo Giulia e Stelvio e l’arrivo di una nuova Maserati Grecale dal 2027”. Per poi affermare: “Sicuramente Maserati non è in vendita, sicuramente Cassino non è in vendita. Quello che può succedere a Cassino, come succederà da altre parti, sono partnership collaborative di sviluppo di costruzione, di sviluppo anche della filiera produttiva”. Nessuna dismissione dunque? Così sembrerebbe, anche se alle parole dovranno seguire necessariamente i fatti. Cosa che fino ad ora è mancata. Il che sta facendo crescere a dismisura un aspetto ancora più devastante: la rassegnazione. Ormai i più pensano che la partita si stia per chiudere definitivamente e che quindi non vale più la pena lottare, battersi, manifestare. Rassegnazione che si coglieva tutta negli occhi e nei volti di tanti che hanno partecipato al corteo nella città martire, persino in quelli che sorreggevano uno striscione con su scritto “Cassino non si tocca”. E la rassegnazione, si sa, è una gran brutta malattia. Una malattia che ti toglie le forze, ti annienta e che ti porta via ogni speranza di futuro. E allora, detto questo, cosa si fa? Si smette di lottare? Si depongono le armi? No, questo assolutamente no. Però bisogna essere consapevoli che la gara sta per volgere al termine e che il risultato non è affatto soddisfacente per un territorio che sta precipitando in una marginalità socio-economica spaventosa e della quale ancora non si riesce a quantificare la gravità degli effetti. Si tratta di un’analisi troppo pessimistica? Voglia il cielo che sia così. Ma un’eventuale ed auspicata resurrezione passa sempre attraverso una politica aziendale che fino ad oggi non ha guardato con occhio troppo benevolo il territorio. Ed è proprio questo che lascia parecchi dubbi. Anche se il nostro caro San Germano, protettore dei poveri e dei diseredati, potrebbe sempre impegnarsi e compiere il miracolo. Per cui, a questo, punto, non ci resta che… piangere, come diceva il buon Massimo Troisi? No, forse è più utile pregare. Almeno per quelli che hanno fede.







