Com'era verde la mia valle

Spesso mi sono chiesto a cosa pensasse Benedetto da Norcia nel percorrere la nostra valle, all’inizio del VI secolo quando decise di abbandonare Subiaco insieme a suoi monaci, e quale visione abbia suscitato la decisione di porre i fondamenti del monachesimo occidentale proprio a Montecassino. Una scelta dettata da aspetti logistici, sicuramente, ma anche dalla consapevolezza di aver raggiunto un territorio fertile e climaticamente dolce, con testimonianze ancora intatte di una illustre storia recente.
La Valle del Liri, dunque, una terra ricca e fertile.
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Il tratto autostradale Roma-Caserta fu inaugurato il 22 settembre 1962. In pieno boom economico trasportare merci da Napoli a Milano voleva dire affrontare un viaggio di due giorni. L’Istituto per la Ricostruzione Industriale, meglio conosciuto con l’acronimo IRI, sviluppò l’idea per la costruzione di una grande arteria dorsale che potesse unire logisticamente il nostro Paese.
In quegli anni l’IRI era vista come un’impresa pubblica modello anche per quei governi anglosassoni che erano usciti vittoriosi dall’ultimo conflitto mondiale. Oggi, purtroppo, sappiamo tutti come è andata a finire.
L’Autostrada del Sole tagliava verticalmente la nostra Valle producendo una prima azione invasiva, fatta di numerose opere infrastrutturali – ponti, raccordi… – che ha iniziato quel lungo processo di compromissione del nostro sistema agricolo, allora debole e sfiduciato. Riflettiamo sulla parcellizzazione delle terre avvenuta in quegli anni, senza dimenticare che alcune pratiche di esproprio sono rimaste aperte per decenni. La terza corsia dell’autostrada e la TAV, in tempi recenti, formano quel corridoio infrastrutturale di cui il Paese aveva bisogno. Fatto sta che il meridione è rimasto con una economia fragile, con grandissimi problemi ancora irrisolti, e la media Valle del Liri è stata definitivamente compromessa dall’idea di sviluppo a tutti i costi.
I vettori infrastrutturali (A1, TAV, Ferrovia, Casilina) hanno ricostruito, nella Valle, un nuovo panorama, certamente non conforme a quello goduto da Benedetto da Norcia, in cui il depauperamento della terra ne è stato un elemento significativo. Sarò tacciato per un sostenitore della decrescita, lo so, ma sono convinto che questa storia non esclude neanche nostre responsabilità dirette, basti pensare, ad esempio, ai piani regolatori redatti dai comuni del cassinate negli ultimi cinquant’anni.
La Valle del Liri, conformata ormai come porta d’accesso verso il meridione, aveva tutto per accogliere in pianta stabile l’aggressivo e frettoloso processo industriale instaurato con la politica economica della Cassa del Mezzogiorno. E qui si potrebbe aprire un infinito dibattito, ma lascio aperta la questione. Fatto sta che l’economia agricola e rurale della Valle, dopo le terre, viene espropriata anche degli uomini.

Nel 1972 viene inaugurato lo stabilimento Fiat di Piedimonte San Germano che inizialmente produce, prima che la linea venga trasferita in Polonia, la 126, antesignana city car del gruppo torinese. La manodopera utilizzata è inizialmente composta da centinaia di cittadini che, in periodi di austerity, vedono nel lavoro in fabbrica una grande opportunità di crescita economica e sociale. Intanto le campagne si svuotano e i processi agricoli rallentano inesorabilmente. I ’70 sono gli anni in cui si recide per sempre il filo sottilissimo che unisce l’agricoltura patriarcale allo sviluppo di una vera industria agroalimentare. La grande vocazione agricola di Antica Terra di Lavoro viene definitivamente soffocata dai processi tecnologicamente avanzati. Fino a quando la manodopera salariale viene ridimensionata in un primo momento negli anni ’80 periodo in cui sulle linee viene installato il sofisticatissimo sistema di robotizzazione Robotgate e in un secondo momento, nel 2000, quando il vecchio sistema viene sostituito con l’Opengate. Insomma, in soli trent’anni i lavoratori vedono perdere, a svantaggio delle nuove generazioni, i loro sacrifici, senza contare che l’inizio del nuovo millennio, con i nuovi processi di globalizzazione, vede una forzata deindustrializzazione e, soprattutto, delocalizzazione (in Serbia sta succedendo, in definitiva, quello che è successo nella nostra valle quarant’anni fa).
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Ma quanto era verde la mia valle?
Terra di Lavoro in Campania Felix. Solo il nome evoca una ricchezza di colture e una fertilità delle terre che non avevano eguali in tutto il Regno delle Due Sicilie. Lo stemma di Terra di Lavoro, del resto, parla chiaro: due cornucopie, simbolo di abbondanza, unite tra loro che lasciano intravedere ogni ben di Dio. La media Valle del Liri è sempre stata il serbatoio cerealicolo del regno: grano, farro, germanella, orzo, secina, panico, biada, granodindia, senza contare un’attenzione alle colture di ortaggi e frutta.
Il Regno, consapevole di questa grande ricchezza, cercava di organizzare, politicamente ed amministrativamente, la vita di chi lavorava la terra. Il 1° novembre del 1810 veniva costituita a Capua, allora capoluogo della provincia, la Società di Agricoltura di Terra di Lavoro, una grande organizzazione che provvedeva alla tutela e alla promozione delle attività agricole, impegnandosi, anche, a formare i lavoratori della terra. L’idea di queste società erano frutto del decennio francese nel Regno (1806-1815) e della politica riformista legata ai principi dettati da Giuseppe Bonaparte, prima, e da Gioacchino Murat, dopo. La Società, ad esempio, nel 1855 organizza l’Orto agrario sperimentale, una sorta di laboratorio permanente che, oltre a coltivare le varie specie vegetali, offre insegnamenti per poter gestire tali colture (nel 1860 viene predisposto addirittura un Istituto Agrario).
Il 3 novembre del 1814, Francescantonio Notarianni, medico di Lenola e corrispondente al Real Giardino delle piante, scrisse un opuscolo dal titolo “Agricoltura. Memoria sulle piante economiche della Provincia di Terra di Lavoro”, un vero memorandum sulle piante di Terra di Lavoro e sulla loro capacità economica. Scrive Notarianni: ”I terreni più fertili sono le pianure di Fondi, di Minturna, di Pignataro, di S. Germano, di Pontecorvo, di Sora, e le valli bagnate dalla Melfa. Perciò è che Pontecorvo, Aquino, Pignataro, S. Germano, Sora, Fondi, son i luoghi più ricchi in semi, cereali e legumi. Mola di Gaeta, Itri, Lenola, Roccaguglielma in ulivi. Arce, l’Isola, Sora, Alvito, Atina, Casalvieri, Cervato in viti ed alberi fruttiferi, ed altri in altre prodotti.”
Questa testimonianza ci parla di un mondo che noi riusciamo soltanto ad immaginare leggendo le nostre cronache locali o ascoltando i racconti dei nostri nonni, ultimi eredi di un patrimonio di conoscenze sapientemente tramandate. Ciò che mi intristisce, personalmente, è che di quel mondo non è rimasta traccia nelle nostre rappresentazioni tradizionali, nelle nostre innumerevoli rievocazioni storiche. Il processo tecnologico, come sosteneva Martin Heidegger, ha cancellato, nell’intimo, la nostra identità.






