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Giornale fondato da Pompeo Cataldi nel 1974


La “disfida di Garlasco” approda a Roccasecca

 |  Fernando Riccardi  |  Storie
Chiara Poggi

Qualche giorno fa, facendo colazione in un bar di Roccasecca centro, luogo abituale di qualche mia rara pausa distensiva, mi è capitato di prendere parte ad una accanita discussione sul delitto di Garlasco. All’inizio sono rimasto sorpreso: ero abituato, infatti, a parlare di calcio, di politica (specialmente amministrativa) e di altre cose per così dire amene, ma non mi aspettavo che ci fosse tanta passione nel ragionare di un fatto di cronaca che pure non appartiene alle nostre derelitte latitudini. Poi, però, tornato a casa, acceso il condizionatore e sdraiatomi sotto il manto della sua frescura ristoratrice, la mia sorpresa, come per incanto, è svanita. Infatti, nonostante l’incedere dell’estate, con tutto il suo carico di caldo torrido e asfissiante, nelle reti televisive pubbliche e private (senza dimenticare i blog) continua ad imperversare il caso Garlasco.

Ed è proprio da qui che i miei amici al bar, quattro proprio come quelli della canzone di Gino Paoli, hanno ripreso buona parte degli elementi oggetto dell’animata conversazione. Conversazione che mi ha offerto lo spunto per qualche riflessione che voglio condividere con i lettori de l’Asprano. Anche perché il “caso Garlasco” è diventato un argomento dal quale non si può prescindere se è vero (come è vero) che è arrivato anche al bar che affaccia sulla mitica Piazza Longa di Roccasecca. E perciò andiamo a cominciare. Ormai sono mesi e mesi che si continua ad analizzare in tutte le sue infinite sfaccettature quella drammatica vicenda che il 13 agosto del 2007 portò all’uccisione della povera Chiara Poggi. E tutto ciò mentre la Procura di Pavia, guidata dal giudice Fabio Napoleone, ha iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, l’amico di Marco, il fratello di Chiara. La Procura pavese, quindi, accusa Sempio di essere stato l’assassino di Chiara, andando a smentire clamorosamente la Corte di Cassazione che aveva condannato in via definitiva per quel delitto Alberto Stasi, tuttora in carcere, anche se in regime di semilibertà. Di qui a breve la stessa Procura dovrebbe decretare la chiusura delle indagini, e ciò al massimo entro la fine di settembre, a meno che non venga richiesta una proroga (speriamo proprio di no). Dopo di che la palla passerà al Gup (giudice per l’udienza preliminare) che dovrà decidere se rinviare a giudizio Andrea Sempio (cosa che, in effetti, appare molto probabile) oppure proscioglierlo dalla grave accusa di omicidio. Questo il percorso procedurale, per cui basterebbe soltanto aspettare e accogliere con serenità la decisione del giudice. E invece, come si può facilmente constatare, così non sta accadendo.

Nelle trasmissioni televisive e nei talk, infatti, si assiste sempre più spesso ad un confronto al calor bianco, con toni decisamente sopra le righe, tra la fazione degli “innocentisti” e quella dei “colpevolisti”, in relazione ovviamente al nuovo indagato. E la stessa cosa è accaduta al bar di Roccasecca dove la partita tra le due opposte fazioni è finità in perfetta parità. Ma, tornando seri e riacquistando un minimo di aplomb, c’è da dire che la cosa sconcerta non poco. E provo a spiegarmi. La Procura di Pavia ha ritenuto opportuno riaprire le indagini sull’omicidio di Garlasco non per uno sfizio ma perché ha trovato prove e indizi che mettono fortemente in discussione la colpevolezza di Stasi. Non un capriccio del giudice Napoleone (il cognome, in effetti, è impegnativo) e dei suoi collaboratori, quindi, ma l’esigenza di giungere ad una verità vera che potrebbe anche non essere quella processuale, sia pure passata in giudicato. Cosa c’è di scandaloso in tutto ciò? Difficile da capire. E allora perché ci si accapiglia così tanto in tv? Ancora più difficile da capire. Basterebbe armarsi di santa pazienza e aspettare le mosse della procura.

E invece la “disfida di Garlasco” non conosce pause. Con buona pace di chi si è rotto di sentire ormai da mesi sempre la stessa solfa e di vedersi propinata sempre la stessa minestra. E, soprattutto, di vedere sempre gli stessi volti inquadrati ormai stabilmente nelle due posizioni antitetiche, che tentano di supportare, con argomentazioni, a volte ridicole, posizioni indifendibili. E ciò si nota soprattutto nei difensori a spada tratta del nuovo indagato, Andrea Sempio, che viene dipinto, ad onta di quanto trovato scritto nei suoi diari e di quanto carpito dai suoi soliloqui (elucubrazioni, a dir poco, inquietanti), come un angioletto serafico sceso sulla terra “a miracol mostrare”.  E’ incredibile l’ostinazione con la quale giornalisti, opinionisti e persino magistrati, continuino a negare spudoratamente che la Procura di Pavia abbia rinvenuto elementi concreti a carico di Sempio che di sicuro porteranno ad un nuovo processo. Passi per gli avvocati difensori che devono fare il loro mestiere, passi per i consulenti di parte lautamente retribuiti, ma per tutti gli altri non c’è una spiegazione plausibile. E allora perché questa tetragona ostinazione? Forse per non dover ammettere che tempo addietro si scrissero articoli che potrebbero essere smentiti clamorosamente dall’evoluzione dei fatti? Forse per aver preso a suo tempo una posizione che oggi appare a dir poco traballante? Forse per aver editato libri che oggi rischiano di essere sbertucciati? Chissà... E poi un’altra stranezza, se si vuole ancora più incomprensibile.

Perché la famiglia Poggi, la famiglia di Chiara, è così tenacemente contraria alla riapertura delle indagini e ad un eventuale nuovo processo con Andrea Sempio unico imputato? E se non fosse stato Alberto Stasi l’assassino? Non dovrebbe essere la ricerca della verità la stella polare della famiglia Poggi? Tante, quindi, sono le cose che non quadrano. E che non si riescono a capire. La speranza è che arrivi al più presto la fine di settembre e che la Procura, in un modo o nell’altro, faccia chiarezza. Anche perché, francamente, e lo dico con profondo rispetto per la povera Chiara uccisa in quel modo così brutale nel fiore degli anni, non se ne può davvero più. Non vorrei, infatti, che l’argomento prendesse decisamente piede anche al bar di Roccasecca. Sarebbe una vera sciagura. Una volta va bene, infatti, due anche, ma tre cominciano ad essere troppe. Anche perché ogni giorno che il buon Dio manda, a pensarci c’è già la vecchia e cara mamma tv.