Regnicoli e papalini: una convivenza difficile

Un leone rampante, con tanto di spada, che sormonta due cornucopie: questo l’emblema della provincia di Frosinone che si appresta, di qui a qualche mese, a festeggiare il centenario della sua istituzione (1927-2027). Un emblema che bene riassume l’asettico collage che Benito Mussolini operò in quell’anno, abolendo la provincia di Caserta e decretando la nascita di una creatura ibrida che metteva insieme pezzi di territorio disomogenei che mai erano stati insieme. E così, tutto ad un tratto, la parte settentrionale della gloriosa provincia di Terra di Lavoro (le cornucopie) fu unita ex abrupto a quella che era stata la provincia pontificia di Campagna, scegliendo (un po’ a sorpresa) come capoluogo Frosinone (leone rampante). Una fusione a freddo, mal concepita e mal realizzata, che ancora oggi, a distanza di un secolo, mostra tutte le sue manchevolezze, con due entità territoriali distinte e distanti che faticano a stare insieme e a sopportarsi a vicenda. Lì nel mezzo, d’altro canto, scorre quel fiume Liri, il Verde di dantesca memoria, che disegna un confine antichissimo (il più longevo del continente europeo a detta della storica britannica Georgina Masson), che costituisce non soltanto una barriera fisica ma anche una cesura culturale, socio-economica, antropologica e di costume. L’improvvisato legislatore, a quel tempo, ignorò di sana pianta tutto ciò, e inserì in uno stesso anonimo contenitore regnicoli da un lato e papalini dall’altro. Un’operazione del genere difficilmente poteva avere riscontri positivi e infatti non ha funzionato. Oggi, a cent’anni da quel parto innaturale, possiamo dirlo senza tema di smentita. E la cosa, ad onor del vero, non era difficile da prevedere.
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Anni fa, ad Arce, si tenne un convegno dal titolo “Quid est Ciociaria?”, che cercava di rispondere ad alcune domande: cos’è la Ciociaria? Quali i suoi limiti territoriali? Quando è nata la denominazione? E il ruolo delle ciocie? E l’influenza del fascismo? Esistono ciociari del nord e ciociari del sud? Possono stare insieme papalini e regnicoli? Ne venne fuori un dibattito animato, vivace, frizzante, ricco di spunti che, però, non giunse a conclusioni univoche. La frattura esistente fra le due diverse entità di un unico territorio è rimasta in piedi. Da un lato, infatti, ci sono quelli che risiedono al di là del Liri, verso Frosinone, gli alfieri dell’identità ciociara, orgogliosi di essere tali e di sbandierarlo ai quattro venti. Gli altri, invece, quelli che abitano dall’altra parte del fiume e che fino al 1927 appartenevano a Caserta e alla Terra di Lavoro, proprio non vogliono saperne di essere chiamati ciociari. In mezzo, come già detto, c’è quel fiume, che funge da indelebile spartiacque. Una semplice operazione di “collage” studiata a tavolino non poteva eliminare alla radice le fin troppo evidenti contraddizioni. Da qui parte quella differenziazione netta, caparbia, ostinata sull’uno e sull’altro versante, che non riesce a trovare punti di contatto. Però, mentre i “papalini” sono disposti ad accorpare nel “progetto ciociaro” anche il lembo meridionale della provincia, la media e la bassa Valle del Liri tanto per intenderci, da parte dei “regnicoli” si registra una chiusura netta e totale: essi, infatti, non si sono mai considerati ciociari né, tantomeno, hanno intenzione di diventarlo. Si tratta soltanto di una curiosa e anacronistica sfida tra campanili oppure nasconde tra le pieghe qualcosa di più pregnante? In effetti, al di là di alcuni aspetti folcloristici, la questione è seria e va affrontata con acume e serietà di intenti. Qui, infatti, è in gioco l’identità di una provincia, di un territorio compresso e quasi schiacciato tra Roma e Napoli che, a cent’anni dalla nascita, ancora non riesce a svilupparsi in tutta la sua pienezza. È indubbio che il governo fascista, creando la provincia di Frosinone, sia andato ad infrangere gli equilibri sociali, economici e culturali esistenti, compiendo un’operazione di mero assemblaggio. Grazie all’impegno del governo centrale il concetto di Ciociaria iniziò a prendere forma, a materializzarsi, uscendo dalle nebbie indistinte nelle quali, fino ad allora, era stato relegato. Il mito del “ciociaro forte, valente e coraggioso”, discendente diretto di quei Romani che avevano conquistato il mondo, cominciò ad imperversare, agevolato da una politica tutta diretta a far risaltare la fede fascista della nuova provincia a fronte degli atteggiamenti tiepidi o, addirittura, avversi che provenivano dal casertano. Non è un mistero che Mussolini, dando vita alla provincia di Frosinone, volle punire Caserta, covo di riottosi antifascisti. Fu proprio da allora che la nuova provincia diventò ciociara, senza esclusione alcuna. La costruzione artificiosa, comunque, rimaneva tale e, perciò, il fuoco dei distinguo, culturali o identitari che dir si voglia, continuava a covare sotto la cenere e ad essere ben presente in chi ciociaro non si era mai considerato. Caduto il fascismo, superate le difficoltà inenarrabili del dopoguerra e della ricostruzione, puntualmente, i nodi sono venuti al pettine e la “vexata quaestio” è tornata di grande attualità. Allora, per concludere, quid est Ciociaria? Difficile rispondere. Anche perché la Ciociaria continua a rimanere un concetto molto variabile: alla stregua di un elastico ognuno la tira da una parte o dall’altra, facendosi interprete soltanto dei propri convincimenti. E così, come per incanto, può restringersi o allargarsi a seconda di chi conduce il gioco. Come, del resto, già avevano fatto, nelle epoche passate, geografi, storici, cartografi e redattori di mappe. Stando così le cose, difficilmente, si riuscirà a trovare il bandolo della matassa. Anche perché quella “barriera” continua ad ergersi imponente e invalicabile o quasi. Se non sopraggiungeranno radicali, ma del tutto improbabili, mutamenti di carattere amministrativo (il progetto della nuova provincia bipolare Cassino-Formia è ormai tramontato), l’antica contraddizione continuerà a rimanere in piedi. Dovremo rassegnarci, quindi, ad una provincia profondamente divisa nel suo interno? Oppure, prima o poi, le diverse anime riusciranno a convergere su qualche punto comune, magari sul “brand” Ciociaria, come sta accadendo negli ultimi tempi? Chissà… Ai posteri, come sempre, spetta “l’ardua sentenza”.







