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Giornale fondato da Pompeo Cataldi nel 1974


Ho mangiato le more su Monte Asprano

 |  Antonio Corvino  |  Storie
il Monte Asprano. Foto Giorgio Giovinazzi

Racconto di viaggio in quattro parti 

Parte prima. Il Monte Asprano.

Se sali su Monte Asprano dominerai il cielo infinito. La valle del Liri si stende sotto di te.

Al di là, i Monti Aurunci annunciano il Tirreno immenso come Oceano.

Da qui arrivavano i popoli che scendevano a Sud nella terra dove abbondava il latte ed il miele e la bellezza era pari alla sua civiltà.

Vi giunsero anche i Longobardi conquistati alla fede cristiana dall’Arcangelo Michele che somigliava tanto a Odino, il loro dio guerriero.

Qui Federico pose il confine tra il suo regno mediterraneo e le terre del Papa re.

Qui giunsero i Saraceni e si mischiarono popoli e genti.

Vi giunse anche San Benedetto in fuga da Subiaco dove i suoi monaci tentarono di avvelenarlo.

Troppo rivoluzionaria la sua dottrina… Ora et Labora, la sua Regola.

Ma i monaci, che in Oriente e nel deserto del Sinai avevano scelto l’ascesi, magari in solitudine estrema, non capivano l’insistenza di Benedetto su quell’ora et labora…

Il lavoro era esclusiva pertinenza degli schiavi dall’inizio del mondo. Greci e Persiani, Romani e Cartaginesi, tutti, facevano le guerre per ridurre in schiavitù interi popoli a cui affidare le mansioni manuali.

Ai cittadini liberi, nobili ed aristocratici, era riservato l’otium creativo, il pensiero, l’arte, la speculazione dello spirito ed ora arrivava questo monaco a rivoluzionarlo il mondo e rovesciarne le consolidate abitudini.

Prega, concedeva benevolo e pietoso, ma lavora, imponeva energico e deciso.

E quelli proprio non lo capivano.

Era pur nobile ed aristocratico lui pure, dunque che senso aveva questa pratica del lavoro che quelli vedevano come una punizione, una umiliazione addirittura.

Lasciare il breviario e impugnare la vanga!

Uscire dal luogo consacrato alla preghiera e dissodare campi e sterpaglie…

Così pensarono di liberarsene e tentarono per due volte di avvelenarlo in quel di Subiaco, il luogo sacro da lui scelto per praticare la sua regola.

Il dio, che approvava pienamente quella regola, in totale sintonia, peraltro, con lo spirito del suo insegnamento, lo aveva protetto e lo spinse a fuggire.

Si si, proprio fuggire prima che quelli lo assassinassero assalendolo con i coltelli nascosti sotto al saio, come i congiurati con Cesare, o magari con la lapidazione come avevano fatto i loro confratelli parabolani, asceti del deserto, solo un secolo prima, più o meno, con Ipazia, la filosofa-letterata e matematica pagana, lapidata ad Alessandria.

Ancora non erano maturi i tempi per ricucire la cesura del mondo maschile da quello femminile. Ma Scolastica e Benedetto, fratello e sorella gemelli, vivevano in simbiosi seppur separati. A Subiaco, a qualche centinaia di metri dal monastero dove viveva Benedetto, Scolastica aveva fondato il suo convento…

Dopo la fuga dell’amato fratello verso Monte Cassino ella decise di spostarsi e raggiungerlo senza indugi. Non perché avesse timore che le sue sorelle potessero anch’esse pensare di volersene liberare, anzi, quelle erano devote e profondamente legate alla loro santa badessa.

Il mondo femminile è stato da sempre pietoso, pacifico e compassionevole.

Scolastica doveva seguire Benedetto perché le loro anime erano indissolubilmente legate l’una all’altra.

E d’altronde le sue consorelle sarebbero state in condizione di auto governarsi e lei come pure Benedetto avrebbe proseguito su Monte Cassino la sua missione rivoluzionaria.

Sul Monte Asprano dove ti ritrovi immerso in un’aura carica di energia positiva che reca in sé i caratteri della sacralità, eremi e grotte consacrate erano disseminate lungo i sentieri.

Sul costone che guarda la valle del Liri oltre Roccasecca, epicentro di Monte Asprano, appena sopra Caprile, il bel borgo medievale abbarbicato a ridosso dell’aspra falesia che la sovrasta, si apre la grotta consacrata all’Arcangelo Michele ed ovunque salendo incontrerete i segni della devozione popolare e della presenza di monaci, anacoreti ed eremiti…

Benedetto e poi Scolastica si avviarono per quei sentieri e giunsero a Monte Cassino.

Lo trovate in direzione sud-ovest, Monte Cassino, rispetto al Monte Asprano, praticamente attaccato se non fosse per lo stretto avvallamento che lo isola come una preghiera rivolta a Dio onnipotente.

Poco discosto, sempre verso occidente, troverete il massiccio di Monte Cairo ricoperto di boschi fitti e lussureggianti che tutto lo ricoprono. Esso si stende sino alla valle dell’Elfa, il fiume che segna i confini del Monte Asprano e corre ad alimentare il Liri …

Il Monte Asprano è diverso dal Massiccio del contiguo Monte Cairo e da tutti gli altri che a corona si dispongono lungo l’orizzonte. E se ne distingue decisamente. Lo riconoscete a prima vista per la natura delle sue rocce oltre che per la posizione.

“La sua nobiltà geologica si rivela alla prima occhiata” mi dice Alessandro, cultore innamorato del Monte cui ha dedicato un libro per ricostruirne la storia e difenderne la memoria. É geologicamente il più antico ed anche il più aspro… Asprano, per l’appunto.

Là sopra ti ci devi arrampicare per sentieri pietrosi, incuneandoti tra le rocce.

Nonostante l’altezza relativamente bassa, le sue rocce nude ne testimoniano l’antichità geologica.

Castelli e torri, chiese ed eremi, luoghi per anacoreti e piccoli villaggi si susseguono senza soluzione di continuità.

E la maestosità delle fortificazioni dei popoli Volsci, che qui si insediarono sin dall’età del ferro, sono un autentico, meraviglioso monumento all’umanità tutta intera oltre che a quel popolo orgoglioso e pacifico che praticava l’agricoltura e la pastorizia con animali di piccolo taglio, pecore, capre, maiali che ben si adattavano alla natura impervia dei luoghi e forgiava il ferro estraendolo dalle terre appena più interne al di là dei monti Aurunci dove si trovavano i Sanniti Pentri con cui vivevano in stretto connubio fino a fondersi e confondersi.

Tutte queste cose Alessandro me le racconta come un fiume in piena mentre accarezza le pietre e respira le piante e gli arbusti della macchia mediterranea che qui crescono generosi e che danno vita ad essenze medicinali conosciute da sempre ed a bouquet di profumazioni naturali oltre che a prelibatezze culinarie di grande pregio che hanno, nei secoli ed ancora oggi, assicurato grande prestigio e notorietà a Roccasecca, Colle San Magno, Castrocielo che con le frazioni medievali scandiscono il Monte Asprano in combinata con il più giovane massiccio del Monte Cairo.

É terra sacra, questa.

Attraversata da Benedetto e Scolastica, abati e principi essa è stata resa ospitale da genti e popoli che qui han trovato casa e patria.

Tommaso vi ebbe i natali e la sua storia, annunciata da un sant’uomo che in una grotta in cima al monte viveva da anacoreta, ha delle straordinarie similitudini e analogie con la nascita di nostro Signore.

Un giorno il sant’uomo lasciò il suo luogo di preghiera e scavallò le creste di Monte Asprano sino a giungere al Castello-fortezza dei Conti d’Aquino che dominava, dal cocuzzolo di una vetta affacciata sulla valle del Liri, l’intero territorio.

L’abbate di Monte Cassino, Magister Mansone nel 994 ne aveva disposto la costruzione per controllare il territorio di pertinenza dell’Abbazia.

Erano lontani ormai i tempi rivoluzionari di Benedetto e Scolastica.

La loro regola aveva fecondato non solo l’Italia ma anche l’intera Europa e Monte Cassino era l’abbazia principe dell’Ordine Benedettino. Lì il fondatore, riparato dopo la fuga da Subiaco, aveva messo nero su bianco la sua regola e quell’idea dell’Ora et Labora aveva preso la sua forma definitiva: un prologo e 73 capitoli che i monaci studiavano e praticavano leggendone un capitolo al giorno, tutti i giorni, al momento del desinare a conclusione del giorno.

L’Abbazia di Montecassino controllava un immenso territorio che giungeva sino alle Calabrie e disponeva di un potere temporale che accompagnava e talora sovrastava quello spirituale. E l’Abate Mansone, all’incirca quattro secoli dopo l’arrivo di Benedetto e suo successore, aveva costruito quel castello-fortezza. Il castello era giunto ai Conti d’Aquino per le vicende della storia che in Federico aveva trovato il paladino dell’umanità laica, non solo in grado ma anche desiderosa di affermarsi in forma autonoma ed indipendente dalla protezione divina intermediata dalla chiesa.

E la contessa Teodora Galluccio-d’Aquino, per desiderio di intima solitudine, si era ritirata là sopra in quel castello-fortezza lontano dai brusii del mondo. Era il 1225, o forse il 1226.

Aspettava un bimbo e anelava a restare in comunione con quel figlio che le cresceva in grembo.

E quel monaco, l’homo bono, come lo chiamavano gli abitanti del luogo, un mattino prese il suo bordone e si incamminò verso la rocca.

Nessuno gli aveva detto che la contessa Teodora fosse salita sin là sopra.

Ma lo spirito del Monte Asprano o lo Spirito Santo, se più vi piace, lo spinse in quella direzione. Da sempre quel Monte era ricco di energia vitale e quell’energia era adesso concentrata nel ventre della contessa Galluccio-d’Aquino. Ed egli lo aveva avvertito. Si sentiva attratto come se in quella rocca vi fosse un magnete potentissimo e prese ad andare.

Era ormai sera quando bussò al portone del castello e disse che era atteso dalla contessa che, inopinatamente, davanti all’armigero dubbioso, confermò.

Il santo monaco si inchinò davanti a Madonna Teodora proprio come l’Arcangelo Gabriele si era inchinato davanti alla Vergine Maria.

E le disse, esattamente allo stesso modo dell’Arcangelo, “tu avrai un figlio che illuminerà il mondo”.

Rimase confusa Teodora eppure sentiva che l’homo bono aveva ragione.

Per questo aveva lasciato il mondo e si era ritirata sul Monte.

Pregò il monaco di riposarsi e ripartire il giorno dopo, ma quello rispose che era venuto solo per annunciarle quella verità e se ne ripartì accettando in dono una ruota di pane.

Ancora oggi su Monte Asprano, se sali in solitudine e nel silenzio puoi avvertire il respiro della vita che qui non ha tempo e che dalla notte dei tempi aveva preso a pulsare forte trovando un’umanità desiderosa di farsene interprete, eremiti, santi, e profeti capaci di captarne i segnali e uomini e donne di addomesticarne la natura aspra costruendovi le loro case ed i loro paesi.

Benedetto fu tra questi. E Scolastica sulle sue orme

Con Angelo il pomeriggio di lunedì 4 agosto mi sono recato all’Abbazia.

Il giorno dopo avrei percorso l’ultimo tratto del Cammino di San Benedetto, Roccasecca-Cassino, e la mattina successiva avrei, con Alessandro, attraversato il Monte Asprano prima di ridiscenderne e salire su un treno locale che mi avrebbe portato a Caserta da dove avrei guadagnato il mare Adriatico e la pianura increspata di serre della Messapia, la terra primordiale distesa tra due mare, l’Adriatico appunto e lo Jonio che la uniscono all’Egeo ed all’Oriente.