Roccasecca, la musica come memoria viva di una comunità

Dalla Banda Musicale a Severino Gazzelloni, da San Tommaso ai talenti di oggi: il filo sonoro che attraversa l’identità del paese
Raccontare la musica a Roccasecca significa attraversare una storia che non appartiene soltanto agli spartiti, ai concerti o ai nomi illustri. Significa entrare in una dimensione più profonda, nella quale la musica diventa educazione, appartenenza, disciplina collettiva, memoria condivisa. Roccasecca, terra di San Tommaso d’Aquino e di Severino Gazzelloni, ha sviluppato nel tempo una vocazione musicale che non può essere letta come un episodio isolato, ma come il frutto di un terreno culturale favorevole, cresciuto lentamente dentro la vita stessa della comunità. Il nome che più di ogni altro ha proiettato Roccasecca nella storia musicale del Novecento è certamente quello di Severino Gazzelloni, il “Flauto d’Oro”.
Ma prima ancora del grande solista internazionale, prima dei palcoscenici, delle collaborazioni con i maggiori compositori contemporanei e della fama mondiale, c’è un bambino che impara la musica nel suo paese. E prima di quel bambino c’è una banda. Una banda vera, prestigiosa, organizzata, riconosciuta. Una di quelle istituzioni popolari che, in un’Italia ancora lontana dalla diffusione capillare dei mezzi di comunicazione di massa, portavano la grande musica direttamente nelle piazze. La Banda Musicale di Roccasecca rappresentò infatti una delle realtà più significative del panorama bandistico del tempo. Sotto la direzione del Maestro Giovanni Battista Creati, già direttore della Banda della Marina Militare a La Spezia, il complesso raggiunse livelli di notevole qualità. Creati portò a Roccasecca un metodo rigoroso, una disciplina tecnica, una concezione alta della formazione musicale. La banda non era un semplice gruppo di appassionati, ma un organismo artistico strutturato, composto da ottimi elementi, richiesto in diverse aree dell’Italia centrale e meridionale.
Il momento di massima consacrazione arrivò nel 1920, quando la Banda di Roccasecca vinse il primo premio assoluto al Concorso Nazionale Bandistico di Roma. La giuria, secondo la memoria storica locale, era presieduta da Pietro Mascagni. Quel riconoscimento segnò un punto di orgoglio per l’intera comunità: dimostrava che anche un paese della provincia poteva esprimere una realtà musicale capace di competere ai più alti livelli nazionali. La banda era anche una “banda da giro”. Durante la bella stagione partiva e viaggiava per mesi, raggiungendo piazze, borghi, paesi montani, luoghi spesso lontani dai circuiti ufficiali della cultura. Portava con sé un repertorio ampio: pagine d’opera, trascrizioni, brani di Verdi, Donizetti, Massenet, Mozart, Bach, pot-pourri e composizioni brillanti. Era una forma di educazione popolare alla bellezza. Dove non arrivava il teatro, arrivava la banda. Dove non arrivavano le grandi orchestre, arrivavano gli strumenti a fiato, le percussioni, le divise, il passo ordinato dei musicanti, l’attesa della piazza.
Dentro questa esperienza nacque musicalmente Severino Gazzelloni. Suo padre, Peppino Gazzelloni, era sarto artigiano e suonava il bombardino, o flicorno baritono, proprio nella banda del paese. È un’immagine importante: la musica non come privilegio separato dalla vita, ma come prolungamento naturale del lavoro, della famiglia, della bottega, della comunità. In quella Roccasecca, l’artigiano poteva essere anche musicante; il padre poteva trasmettere al figlio non solo un mestiere o un esempio morale, ma un’appartenenza sonora.
Severino iniziò giovanissimo. A circa sei anni studiava solfeggio e flauto piccolo con il Maestro Creati. Dopo appena un anno entrò a far parte del complesso bandistico e poté suonare accanto al padre, indossando la divisa da musicante. A sette anni e mezzo era già solista. La memoria lo consegna in piedi su una cassetta, una sorta di podio improvvisato, perché il pubblico potesse vederlo. Da lì, piccolo di statura ma già grande nel talento, attirava applausi, stupore e regalie. Uno dei suoi cavalli di battaglia era “Il Pastore Svizzero”, brano solistico che esaltava agilità, espressione e virtuosismo. Quella banda fu per Gazzelloni la prima scuola musicale, ma anche la prima scuola di vita. Gli insegnò la tecnica, certamente, ma anche il valore dell’ascolto, della disciplina, del rapporto con il pubblico. Gli insegnò che la musica non è soltanto esercizio individuale: è incontro, comunicazione, servizio. Questo tratto accompagnerà tutta la sua carriera.
Anche quando diventerà protagonista della scena internazionale, interprete della musica contemporanea, punto di riferimento per autori come Luciano Berio e Bruno Maderna, Gazzelloni porterà con sé quella radice originaria: l’idea che la musica debba parlare, raggiungere, coinvolgere. Ma perché proprio Roccasecca? Perché in questo paese si è formato un terreno così favorevole alla musica? La risposta non può essere una sola. C’è innanzitutto una radice culturale antica, che trova in San Tommaso d’Aquino il suo riferimento più alto. Definire Tommaso un “musicologo ante litteram” richiede naturalmente prudenza: egli non fu musicologo nel senso moderno del termine. Tuttavia, nel suo pensiero, l’idea di armonia, ordine, proporzione e bellezza occupa un posto essenziale. La bellezza, nella prospettiva tomista, non è puro ornamento, ma manifestazione di equilibrio e intelligibilità. È qualcosa che permette all’uomo di riconoscere un ordine nel mondo.
Questa visione può essere accostata alla musica, perché la musica è precisamente arte dell’ordine nel tempo. È proporzione che nei suoi componimenti diventa canto, suono, misura, emozione, disciplina che diventa libertà espressiva. In questo senso, la terra di San Tommaso porta con sé una predisposizione simbolica: l’idea che la cultura non sia decorazione, ma elevazione dell’uomo. A questa radice filosofica si affianca una storia istituzionale significativa. Nel Settecento Roccasecca divenne sede dei vescovi della diocesi di Aquino, con la presenza del palazzo vescovile e del seminario diocesano. Questo contribuì a rafforzare il ruolo del paese come luogo di formazione, studio e vita religiosa. In un contesto simile, la musica sacra, il canto, la liturgia, l’educazione al ritmo e alla parola non potevano essere elementi marginali. La futura cultura musicale si alimentò in questi spazi: chiese, scuole, seminari, bande, cori, famiglie. Il substrato musicale roccaseccano nasce dunque dall’incontro tra più fattori: il pensiero, la fede, la formazione, l’artigianato, la socialità popolare, la disciplina bandistica. È un intreccio nel quale la musica diventa pratica concreta e, insieme, simbolo di riscatto. Per molti giovani, ieri come oggi, studiare musica ha significato misurarsi con il sacrificio, costruire un’identità, superare i confini del paese senza rinnegare le proprie origini.
Questa continuità non si è interrotta. Dopo la grande stagione della banda storica si è proseguito con quella dei giovani degli anni 2000 fino ad oggi, e dopo l’avventura straordinaria di Severino Gazzelloni, Roccasecca ha continuato a esprimere esperienze musicali di qualità. Tra queste, il Coro Polifonico Res Musica, fondato nel 1995, occupa un posto importante. La sua trentennale attività testimonia come la pratica musicale collettiva sia rimasta viva nel tessuto cittadino. La polifonia, del resto, è una delle immagini più efficaci della comunità: voci diverse che non si annullano, ma si accordano; identità singole che trovano senso dentro una forma comune. Cantare in coro significa imparare ad ascoltare. Significa comprendere che la propria voce è necessaria, ma non autosufficiente. Significa accettare un equilibrio, rispettare un tempo, respirare insieme agli altri. In questo senso, l’esperienza corale non è soltanto artistica: è civile. È educazione alla relazione, alla misura, alla responsabilità condivisa. Allo stesso modo, i successi ottenuti nel tempo da giovani musicisti roccaseccani, capaci di affermarsi in concorsi importanti e di entrare in prestigiose istituzioni musicali italiane, sia orchestrali sia bandistiche, confermano che quella tradizione continua a produrre frutti. Non si tratta di semplice orgoglio locale. Si tratta di riconoscere una linea di continuità: un paese che ha saputo generare ascolto, formazione e passione continua a offrire ai propri giovani una possibilità di altezza. In questo percorso si collocano anche le iniziative che l’Amministrazione comunale promuove da oltre trent’anni nel nome di Severino Gazzelloni, dal Festival Internazionale al Concorso “Terra di Severino”: non semplici celebrazioni, ma strumenti vivi attraverso i quali Roccasecca continua a custodire la memoria del suo Flauto d’Oro e a proiettarla verso i giovani talenti.
Il punto più profondo, allora, riguarda la memoria musicale del paese. Ogni comunità vive di memoria, ma non tutte le memorie hanno la stessa forza. Ci sono memorie che si limitano a
conservare, e memorie che continuano a generare. La memoria musicale appartiene a questa seconda categoria, perché la musica non può restare ferma. Uno spartito chiuso in un archivio è testimonianza; uno spartito eseguito diventa presenza. Una fotografia di banda racconta il passato; una banda che suona, un coro che canta, un giovane che studia, trasformano quel passato in vita attuale. La memoria musicale di Roccasecca non è dunque nostalgia. È identità in movimento. È il modo in cui il paese riconosce se stesso attraverso ciò che ha saputo ascoltare, suonare, cantare e tramandare. È la prova che una comunità non è fatta soltanto di case, strade e confini amministrativi, ma anche di suoni condivisi, di maestri ricordati, di allievi cresciuti, di applausi nelle piazze, di prove serali, di concerti, di sacrifici invisibili. C’è una filosofia profonda in tutto questo. La musica insegna che l’identità non nasce dall’uniformità, ma dall’armonia. Una comunità non è forte quando tutti producono la stessa nota, ma quando note diverse riescono a comporre un senso comune. La Banda Musicale, il Coro Res Musica, i giovani strumentisti, la figura immensa di Gazzelloni, la radice spirituale e intellettuale di San Tommaso: sono voci differenti di una stessa partitura storica. Roccasecca, allora, può essere letta come una comunità che ha fatto della musica una delle proprie forme di coscienza. Attraverso la musica ha educato, celebrato, ricordato, accolto, rappresentato se stessa. E continua a farlo ogni volta che un ragazzo prende in mano uno strumento, ogni volta che una voce si unisce a un coro, ogni volta che la memoria di Gazzelloni non viene ridotta a monumento, ma diventa esempio vivo. Per questo la storia musicale di Roccasecca non è soltanto un patrimonio da custodire. È una responsabilità da rinnovare.
Marco Evangelista







