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Giornale fondato da Pompeo Cataldi nel 1974


Un’orazione funebre farlocca

 |  Fernando Riccardi  |  Culture

In passato si è sempre dibattuto circa il vero luogo che ha dato i natali a San Tommaso d’Aquino. Oggi, in verità, molto meno: il 96% degli storici, infatti, ha stabilito che il Dottore Angelico nacque nel 1225 nel castello di Roccasecca, sulla vetta del monte Asprano. E, quindi, ci potremmo anche fermare qui, senza andare oltre. Ma agli amici di Aquino questo evidentemente non basta se è vero che continuano, in verità con voce sempre più flebile, a rivendicare in maniera ostinata un primato che non ha ragione di essere. E’ indubbio che l’equivoco scaturisca soprattutto da quel “d’Aquino”, ossia dal nome dell’illustre famiglia, che ha generato il nostro Santo. Nome che deriva, e questo va riconosciuto senza alcun problema, da una città che era già famosa in epoca romana e nell’alto Medio Evo. Ma qui iniziano e nel contempo finiscono le “pretese” di Aquino. Tutti gli altri elementi addotti per dare sostegno a una tesi ardita e inverosimile, infatti, crollano come un castello di carte spazzato via da una folata, neanche troppo forte, di vento. In questa sede voglio parlare proprio di uno di questi elementi che tanto aggradano agli aquinati: l’orazione funebre che venne pronunciata l’8 marzo del 1274, il giorno successivo alla morte di San Tommaso, in quel di Fossanova. Orazione che così comincia: “Nell’illustre patria, nell’antica e primaria città volsca di Aquino, da chiarissimi genitori essi stessi principi, dei quali anche la madre fu zia materna di due re, cioè di Sicilia e di Aragona, questo grande Dottore è nato…”. Naturalmente, per comodità di lettura ho riportato la traduzione in italiano perché il documento è vergato in latino. A questo punto si potrebbe dire: più chiaro di così si muore. San Tommaso è nato nella gloriosa città volsca di Aquino: partita chiusa. E invece così proprio non è. E cerchiamo di spiegarne le ragioni. Senza farci prendere troppo la mano ma facendo parlare le carte che sono quelle attraverso le quali si scrive la storia. Tutti i biografi del Santo, ad iniziare da frate Guglielmo da Tocco, senza dimenticare Bernardo Guidonis e Pietro Calo, vissuti tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo, sono concordi nell’individuare in frate Reginaldo da Piperno (Priverno), discepolo, amico e ultimo confessore di San Tommaso, l’autore dell’orazione funebre. E concordano anche nel riferire che tale intervento, declamato a braccio e non letto, fu breve e sintetico, anche perché fra Reginaldo fu subito sopraffatto dal dolore per la perdita dell’amico, lasciandosi andare ad un pianto irrefrenabile. Il tutto, dunque, si svolse rapidamente e in un clima di generale cordoglio. E più o meno la stessa cosa disse nella sua testimonianza al processo di canonizzazione fra Pietro da Monte San Giovanni (Campano), un altro amico e confratello del Santo. E allora, a questo punto, la domanda è la seguente: da dove proviene quello scritto così aulico e ricercato dal quale siamo partiti e in cui si parla “dell’antica e primaria città volsca di Aquino”? Sicuramente non dal breve discorso pronunciato tra i sussulti di pianto da fra Reginaldo da Piperno, come attestano le fonti. Si tratta, invece, di un’orazione lunga, ampollosa e forbita, scritta in latino, dall’umanista bolognese Giovanni Antonio Zarrabini (1464-1536), più noto come Flaminio, che la inserì in una sua opera edita nel 1529 dal titolo “Vitae patrum”, contenente la biografia di San Domenico, San Tommaso e altri domenicani. Orazione che troviamo solo nella prima edizione del libro e che venne eliminata successivamente. Non stiamo qui a riportare integralmente lo scritto interminabile e prolisso che mal si conciliava con la mesta e dolorosa atmosfera che regnava nell’abbazia di Fossanova in occasione della cerimonia funebre di San Tommaso. Ad un certo punto, nel testo, sono elencate anche, una per una, tutte le opere scritte dal Santo (69 autentiche e 9 attribuite), cosa questa assolutamente incompatibile con un funerale. Senza poi soffermarsi sulla prosa dotta e ricercata, che non appartiene al periodo in cui il nostro visse. Una cosa, quindi, è certa: fra Reginaldo non lesse mai quell’orazione erudita della quale, del resto, non si trova traccia in nessuno dei biografi di San Tommaso. Così come non la lesse frate Pietro de Sectia, procuratore dei Domenicani in Inghilterra, che prese la parola prima di fra Reginaldo, come si evince dal processo di canonizzazione. Si tratta, quindi, di uno scritto apocrifo, dovuto alla fervida fantasia dell’umanista Zarrabini, alias Flaminio. Ed ecco spiegato anche perché, nelle successive edizioni dell’opera, quell’orazione, falsamente attribuita al buon frate di Piperno, venne eliminata. Questa ricostruzione già basterebbe a fugare ogni dubbio. Ma noi vogliamo andare ancora oltre per eliminare alla radice ogni altra perplessità. E lo facciamo riportandoci sempre all’incipit di quella famosa orazione. Intanto cominciamo con il dire che Landolfo d’Aquino e donna Teodora, i genitori di San Tommaso, non erano principi, né tanto meno conti, pur appartenendo ad una delle famiglie più nobili del Regno. E il buon frate Reginaldo questo la sapeva benissimo, per cui non avrebbe mai commesso un errore così marchiano. Ma la circostanza che taglia la testa al toro è quando il Flaminio-Zarrabini parla della madre di San Tommaso, senza citarne il nome, che a suo dire era la zia materna di due re, quello di Sicilia e quello di Aragona. L’umanista, in parole povere, scrive che la madre dell’Angelico Dottore era la zia di Costanza di Svevia (o di Hohenstaufen), figlia di Manfredi e quindi nipote dell’imperatore Federico II di Svevia, lo “stupor mundi”, che fu regina consorte di Aragona dal 1276 al 1285 e poi regina di Sicilia dal 1282 al 1285, insieme al marito Pietro III di Aragona. In seguito la stessa Costanza lasciò il regno di Sicilia al figlio secondogenito Giacomo mente il regno di Aragona finì nelle mani del primogenito Alfonso. Tutti questi eventi, però, si materializzarono dopo il 1274 che è la data di morte di San Tommaso. Per cui, a meno che non avesse particolari doti profetiche, fra Reginaldo, che avrebbe letto la famosa orazione il giorno in cui si svolsero i funerali del Santo a Fossanova, non poteva assolutamente conoscere tutti questi fatti. Ecco perché quello scritto non è farina del suo sacco bensì del Flaminio. Il quale finisce per darsi la zappa sui piedi quando scrive che fra Reginaldo, in quell’occasione, tenne un discorso breve per il tempo sulla vita e sulla santità di Tommaso. A questo punto ritengo che il discorso si possa definitivamente concludere. Flaminio-Zarrabini, vissuto due secoli e mezzo dopo la morte del Santo, si divertì a comporre quella famosa orazione, usando la prosa aulica e forbita del ‘500. Essa, dunque, potrà avere valore come componimento letterario (ammesso poi che lo abbia) ma non può essere assunta né come fonte né come prova che possa dirimere la “vexata quaestio” del luogo natale di San Tommaso. Che, è bene ripeterlo a scanso di equivoci, resta quella “Rocca Sicca” adagiata sull’arida vetta del monte Asprano. Per cui, cari amici aquinati, sarebbe il caso che ve ne facciate una ragione. Una volta per tutte.