Fuochi fatui

Questa estate 2026, ancora ardentemente in corso sarà probabilmente ricordata come l’estate delle feste e dei fuochi d’artificio.
Sarà la voglia di divertirsi e di non pensare ai problemi. Sarà il cambiamento climatico. Sarà che, mentre tutto intorno scricchiola, noi preferiamo coprire il rumore con uno sparo ancora più forte. Fatto sta che quasi ogni sera, a Roccasecca e dintorni, abbiamo potuto partecipare a eventi di ogni genere: sacri, profani, mangerecci, danzanti e, talvolta, tutte queste cose insieme.
Se il livello etilico è stato variabile, la presenza dei fuochi d’artificio è stata una solida costante.
Premessa necessaria: chi scrive non ha nulla contro gli spettacoli pirotecnici e la loro indiscutibile bellezza.
Quello che ci si domanda, però, è:
• Perché non limitarsi a qualche bel fuoco d’artificio luminoso, senza trasformare ogni festa patronale nella rievocazione dello sbarco in Normandia?
• Perché questa sterile gara a chi fa lo sparo più lungo, più forte e più costoso?
• Perché non impiegare almeno una parte di quei soldi in maniera migliore e più utile alla comunità?
La risposta è già pronta, confezionata e probabilmente accompagnata da occhi rivolti al cielo: «È la tradizione, si è sempre fatto così».
Siamo d’accordo. Lo abbiamo già detto: non sarebbe giusto eliminare completamente lo spettacolo. Ma tra cancellare i fuochi e bombardare per mezz’ora un’amena contrada dovrebbe esistere una ragionevole via di mezzo. Abbiamo già subito i bombardamenti dell’ultima guerra e ci basteranno per un bel pezzo. Ci si potrebbe limitare ai giochi luminosi e a due o tre botti finali, giusto per avvisare anche i paesi vicini che la festa è finita e che possono finalmente rimettere fuori il cane da sotto il letto.
Le ragioni per adottare un minimo di moderazione sarebbero molte, ma ci soffermiamo su tre aspetti fondamentali.
• I botti, soprattutto quando vengono sparati nei pressi dei nostri antichi monumenti, provocano vibrazioni che possono compromettere il già precario equilibrio di pietre secolari. Pietre che, almeno in teoria, dovrebbero essere tutelate e non sottoposte ogni anno a una prova di resistenza balistica.
• Gli animali hanno paura. Viviamo in un’epoca nella quale — talvolta persino esagerando — ci preoccupiamo del loro benessere, rispettiamo la loro indole e difendiamo ogni forma di vita. Poi, arrivata la festa, li sottoponiamo al terrore di una raffica di esplosioni perché, evidentemente, anche la sensibilità osserva il calendario delle sagre.
• C’è infine l’aspetto ambientale. Le polveri rilasciate sono inquinanti e i residui ricadono inevitabilmente sul territorio. Basta fare una passeggiata su una spiaggia la mattina di Ferragosto per vedere quanta sporcizia rimane dopo pochi minuti di meraviglia.
Si può continuare a rispettare e celebrare queste belle tradizioni senza rinunciare al buon senso e senza causare danni inutili. Sarebbe un gesto di civiltà, intelligenza e rispetto degno della nostra città. E dimostrerebbe che una tradizione può essere conservata anche senza lasciarla immobile, rumorosa e costosa come cento anni fa.
E con i soldi risparmiati si potrebbero perfino installare dei condizionatori nelle scuole.
Certo, farebbero meno rumore. Ma almeno servirebbero a qualcosa.






